mercoledì 29 luglio 2015

Diari. Da Corleone a Portella della Ginestra: una lezione di Storia diretta

L’esperienza di vita fatta con altri compagni e compagne pensionati ai primi di luglio nel Campo della Legalità di Corleone (PA) – presso la Cooperativa Lavoro e non solo - mi ha dato la possibilità di comprendere meglio e dal vivo le lotte sindacali dei contadini delle zone interne palermitane del primo dopoguerra, le ragioni delle stesse e, cosa non secondaria, il difficile contesto in cui avvenivano per la presenza oppressiva della Mafia Siciliana.
In un pomeriggio, durante la visita coi ragazzi del Campo sul luogo della strage di mafia a Portella della Ginestra avvenuta il 1° maggio 1947, due sopravvissuti: Serafino Petta (84 anni) e Mario Nicosia (90 anni) hanno narrato che quel giorno doveva essere soprattutto un giorno di festa per migliaia di persone, ma anche di ricognizione sia delle lotte svolte che quelle da intraprendere per l’ottenimento delle terre incolte. Invece, nel mentre iniziava il comizio, la banda criminale di Salvatore Giuliano, mandata dalla Mafia, aprì, a poca distanza, una raffica di fuoco uccidendo 12 persone, tra cui alcuni ragazzi, e ferendone una trentina.

Quelle lotte per le terre erano determinate dalla condizione di estrema povertà e di fame di gran parte della popolazione. La nascita dei movimenti sindacali nel palermitano, aderenti ai Fasci Siciliani dei Lavoratori, era volta ad ottenere le terre incolte detenute dai grandi agrari latifondisti. Le rivendicazioni avevano quindi lo scopo di soddisfare il diritto primario: quello di procacciarsi, attraverso la coltivazione, il cibo per la sopravvivenza propria e della famiglia.

Tra l’altro, il rapporto di mezzadria dell’epoca garantiva solo il “feudatario” sulla quantità del raccolto preventivabile mentre il coltivatore doveva accollarsi tutti gli oneri della lavorazione e i rischi delle “annate negative”.

In sostanza quelle rivendicazioni erano importanti e significative perché esprimevano anche la volontà di riscatto e di liberazione dalla condizione di bisogno e di sottomissione delle persone. Questa la vera posta in gioco; diritti dovuti e non favori elargiti. Ciò anche in applicazione delle norme di Riforma Agraria del Ministro Fausto Gullo varate dal 1944 in avanti. L’evoluzione che si andava a determinare era inaccettabile sotto tutti i punti di vista per coloro che detenevano il potere economico e che decidevano sulla sorte delle persone.

Per questi motivi i “Sindacalisti illuminati”, interpretando le esigenze dei braccianti e dei contadini, che nelle lotte maturavano una coscienza sindacale, promuovevano le iniziative idonee per il raggiungimento di concreti obiettivi di miglioramento delle condizioni materiali, sociali e civili delle persone. Per la borghesia agraria gretta e reazionaria rappresentavano, quindi, i “nemici di classe” da zittire o sopprimere fisicamente. Solo in quegli anni si contano ben 46 sindacalisti uccisi dalla mafia. Cito per tutti i nomi dei Segretari delle Camere del Lavoro Placido Rizzotto di Corleone e Nicolò Azoti di Baucina.

Le condizioni socio ambientali non erano certo favorevoli. Lo strapotere dei grandi latifondisti che si esplicava col metodo mafioso e criminale, la condizione di sudditanza psicologica, prima ancora che economica, resa ancora più opprimente attraverso l’intimidazione esplicita, la paura, rendevano più ardua la strada dell’emancipazione sociale dell’intera popolazione siciliana. Il contesto determinava di conseguenza il fenomeno dell’indifferenza e dell’omertà soprattutto in occasione di fatti efferati ed esecrabili come gli omicidi di sindacalisti o di politici non collusi con la mafia.

La magistratura e le stesse forze dell’ordine, che avrebbero dovuto garantire una civile e pacifica convivenza democratica, subivano anch’esse pesanti condizionamenti ambientali di contesto.

La Sicilia in particolare, come del resto il Meridione d’Italia, avrebbe avuto bisogno da parte di tutte le Istituzioni di un’azione diversa e una “vigilanza particolare” specie dopo la proclamazione della Repubblica Italiana per favorire il riscatto e la crescita economica e sociale del Mezzogiorno iniziando ad estirpare le organizzazioni mafiose e criminali e, nel contempo, rinvigorendo il processo virtuoso della legalità. Sarebbero state necessarie altresì politiche di sviluppo atte a colmare il divario tra Nord e Sud, determinando benessere diffuso e dando così il senso tangibile della piena cittadinanza per tutti gli abitanti del nostro Paese.


Domenico Sbordone

Spi-Cgil Pesaro

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